Giorgio Lotti: una vita fra fotogiornalismo, arte e quella foto stampata 100 milioni di volte

Giorgio Lotti: una vita fra fotogiornalismo, arte e quella foto stampata 100 milioni di volte

di Alessandro Bordin , pubblicato il 27 Dicembre 2019

“Presso l’Università dell’Insubria di Varese abbiamo avuto il privilegio di assistere ad una lectio magistralis tenuta da Giorgio Lotti, uno dei fotografi più importanti degli ultimi 60 anni, scambiandoci anche qualche parola. Ecco come è andata”

Suscita sempre emozione ripercorrere una carriera per voce di chi se l’è costruita raggiungendo successo e apprezzamento, entrambi meritati. Una carriera fatto da uno scatto dopo l’altro (quasi 500.000 foto in archivio), da bianco e nero su pellicola poi in digitale, in un lasso temporale che parte dal 1957 e arriva fino ai giorni nostri. Se poi quella voce è di Giorgio Lotti gioca a favore anche l’orgoglio, essendo un fotografo italiano che nulla ha da invidiare a qualsiasi nome che possa venirvi in mente nel campo della fotografia. Ci siamo permessi il lusso di dilungarci, senza badare a regole non scritte del giornalismo moderno che impone pezzi concisi, ritenendo opportuno dare il giusto spazio alle cose.

La lectio magistralis si è tenuta a margine di una mostra temporanea (fino al 7 marzo, Padiglione Morselli), in cui Giorgio Lotti espone 50 scatti di vario genere, resa possibile grazie all’interessamento del Centro di Ricerca sulla Storia dell’Arte Contemporanea (CRiSAC), del dipartimento di Scienze Umane dell’Innovazione per il Territorio (DiSUIT). Il nostro reportage, volutamente esteso, si divide in due parti, dove la prima raccoglie aneddoti e considerazioni di Giorgio Lotti su alcuni scatti celebri, l’altra (non meno interessante) sulla piccola intervista che ci ha permesso di conoscere ancora di più l’uomo e il fotografo.

Giorgio Lotti, ventenne,  muove i primi passi come giornalista e fotoreporter nel lontano 1957. E’ l’anno del lancio del primo satellite in orbita, lo Sputnik, ma anche della commercializzazione della prima Fiat 500 e va in onda per la prima volta il Carosello. Un giovane Giorgio Lotti, free-lance, lavora per diversi quotidiani e settimanali, sia nazionali che internazionali. Poi arriva il 1964 (si inaugura quell’anno l’Autostrada del Sole, il traforo del Gran San Bernardo e viene venduto il primo barattolo di Nutella) e nella vita di Giorgio Lotti avviene un cambiamento molto importante: apprezzato per il suo talento, viene assunto dal prestigioso settimanale Epoca, per cui lavorerà fino alla chiusura avvenuta nel 1997. In seguito collaborerà con Panorama fino al 2002.

In questo lasso di tempo l’esperienza di Giorgio Lotti lo ha portato agli onori internazionali grazie a reportage, ritratti a persone celebri e tutta una serie di progetti che testimoniano anche come si lavorava fino a poco più di 20 anni fa. Oggi sarebbe impossibile lavorare come allora, prendendosi i giusti tempi, entrare in empatia con persone e luoghi, ma avremo modo di parlarne in seguito. Abbiamo scelto qualche scatto fra quelli commentati direttamente dall’autore, volutamente molto diversi fra loro, ritenendo che possano costituire una testimonianza importante utile alla fotografia e a chi ne è appassionato.

Uno dei primi lavori importanti di Giorgio Lotti, il reportage dell’alluvione che ha colpito Firenze nel 1966. Il fotoreporter si recava direttamente sul luogo e ci stava per giorni, tanto che gli ultimi scatti ritraggono una Firenze senza più acqua ma invasa dal fango. Direttamente a contatto con la gente e col dramma, spesso rendendosi utile e mettendo via la macchina fotografica. Sono attimi fissati che emozionano, sconvolgono, fanno vivere direttamente il dramma. Nel 1966 la TV è già diffusa, ma per molti la carta stampata resta il media principale per prendere contatto con la realtà e la cronaca.

Con un grosso balzo temporale arriviamo ad alcuni scatti che, negli ultimi dieci anni, ci rivelano un Giorgio Lotti alla ricerca di un linguaggio più artistico. Astrazioni cromatiche che ritroviamo nei due cicli tematici «Luce e Mare» e «Luce, Colore, Emozioni». Sono indubbiamente gli scatti più difficili da assimilare per il grande pubblico, cosa che accade anche a buona parte dell’arte contemporanea. Ma anche in questi scatti c’è molto più lavoro di quello che può sembrare. Prima di tutto Giorgio Lotti non fa ricorso alla post-produzione digitale, motivo per cui si prende molto ma molto tempo per cercare quello che ha in mente, sfruttando la realtà che si trova di fronte. Questo significa settimane di osservazione (Sicilia, Lago di Varese), valutare il cambiamento di colori, sfruttare riflessi restituiti da elementi naturali o non (come le barche o i palazzi).


Zhou Enlai, 1973

Questa è con ottima probabilità la fotografia più stampata al mondo, con oltre 100 milioni di copie (se la gioca al massimo con il “Guerrillero Heroico” di Alberto Korda, la classica foto di Che Guevara, N.d.R.). La storia merita di essere raccontata e si svolge nella Cina nel 1973, una decina di anni prima rispetto a quella magistralmente descritta da Tiziano Terzani in “La porta proibita”, ma si respira la stessa malinconia di tempi ormai passati. Giorgio Lotti viene mandato in Cina per un reportage ma è la prima volta, della Cina sa poco o nulla. L’approccio è quello che ormai abbiamo capito: prima deve conoscere il più possibile di questo popolo e questa cultura, giungendo alla conclusione che potrebbe essere una buona idea  recarsi dall’ambasciatore italiano di stanza a Pechino. Apprende vari aspetti che riguardano le arti, le usanze, le credenze a volte bizzarre per occhi occidentali.

Sempre l’ambasciatore, un giorno, dice a Giorgio Lotti che sarà ospite del presidente Zhou Enlai quella sera stessa. Vedendo un’occasione di reportage, Giorgio Lotti insiste di poter andare anche lui, convincendo alla fine l’ambasciatore dopo non poche insistenze. Da quel momento si verificano una serie di circostanze che Giorgio Lotti ha saputo sfruttare grazie al Mestiere, con la M maiuscola. Senza essersi informato, senza avere conoscenze della Cina, la foto non esisterebbe. Zhou Enlai non è Mao, per nulla, e non gradisce affatto essere fotografato con sfondo rosso, simbolo della rivoluzione. Pur rivoluzionario in gioventù (ma era una causa diversa), Zhou Enlai ha sempre pensato con la propria testa, impedendo di fatto alle guardie rosse, durante la Rivoluzione Culturale, il saccheggio del ministero degli esteri, la distruzione del palazzo imperiale di Pechino e del palazzo del Potala di Lhasa. Qualcuno ha poi detto a Lotti che, nella cultura cinese, un sguardo rivolto verso sinistra è spesso associato a chi sa prevedere il futuro.

Giunto al palazzo si accoda e si mette per ultimo, in attesa di incontrare Zhou Enlai. Nota un angolo che sembra perfetto: c’è uno sfondo nero, una teiera che sembra essere messa lì apposta per lui e una poltrona. Appena incontra Zhou Enlai gli indica subito di accomodarsi, prendendo  alla sprovvista il Primo Ministro che, per cortesia, esegue senza dire nulla. Un colpo di fortuna: qualcuno esce da una stanza e si rivolge a Zhou Enlai, facendogli girare la testa verso sinistra. Click.

Ma non è finita: durante la cena ufficiale a palazzo Giorgio Lotti cambia il rullino nella macchina inserendone uno nuovo, temendo che qualcuno potesse venire a sequestrargli lo scatto. Cosa che infatti succede: due guardie, gentili ma ferme, chiedono i rullino. Giorgio Lotti non batte ciglio, apre lo sportello, lo estrae e srotola davanti ai loro occhi tutta la pellicola, esponendo alla luce il tutto. Nessuno poteva più sapere che in realtà si trattava di un rullino senza scatti. Tanto basta a tranquillizzare le zelanti guardie. Il rullino vero è nella tasca di un altro commensale, il direttore del Corriere della Sera Vaccari. Lo scatto diventerà poi la foto ufficiale di Zhou Enlai, stampata e distribuita negli anni in oltre 100 milioni di copie.


Renata Tebaldi, Teatro alla Scala

La fiducia, ingrediente fondamentale per un fotografo. Eccone una doppia prova. Chiamato a realizzare un servizio sulla Scala in occasione del bicentenario, viene avvisato con ben 4 anni di anticipo. Ne nascerà un libro, realizzato con Raoul Radice (“Teatro alla Scala. Dai laboratori al palcoscenico, la vita del più famoso teatro lirico del mondo”, Mondadori, 1977). Per catturare ogni singolo segreto del pretigioso teatro vi si recherà per ben 536 serate. “Se non vivete e mangiate con loro, non potete capire”, le testuali parole di Giorgio Lotti. Tempi andati, certo, ma una volta si lavorava così e se ne vedono i frutti.

Passare oltre 500 serate alla Scala significa conoscere tutti ed entrare in confidenza con molte persone che allora orbitavano in quel mondo, conquistandone la fiducia più totale essendo Lotti un uomo e un fotografo discreto ed estremamente rispettoso. Lo scatto che vediamo qui nasce proprio da questa fiducia: solo Giorgio Lotti sapeva, all’epoca dello scatto, che quella sarebbe stata l’ultima volta sul palco del soprano Renata Tebaldi. Era stata proprio lei a fargli questa confidenza, dando poi allo scatto un valore anche affettivo e simbolico. L’altra prova di fiducia è il conferimento di un permesso perenne ottenuto per entrare alla Scala. Un attestato di fiducia più unico che raro.


Andy Warhol, 1983

Giorgio Lotti ha fotografato moltissimi personaggi della scena internazionale (Beatles, Rolling Stones, attori, politici, sportivi… veramente di tutto). Sicuramente interessante è il ritratto fatto ad Andy Warhol nel 1983. Non sappiamo se sia stato il fecondo melting pot di una New York sempre all’avanguardia, oppure l’eccentricità del personaggio da ritrarre; Giorgio Lotti ha scelto un modo veramente insolito di realizzare un ritratto, utilizzando la tecnica della doppia esposizione che ritroviamo anche in altri suoi lavori. La discussione fra i due è quasi surreale, iniziata da Giorgio: “Posso fare una foto sbagliata?” – “Dagli sbagli si impara” . “Ho avuto una brutta idea” – “Sono le migliori”. Due scatti sovrapposti di cui il primo ritrae in orizzontale Andy Warhol, il secondo una delle sue opere della serie “flowers”. Andy Warhol vide solo qualche tempo dopo lo scatto per come era stato ideato: “Il migliore che mi abbiano mai fatto”.

Quattro chiacchiere con Giorgio Lotti e una considerazione finale

Quanto segue è stato raccolto a mezzo intervista e integrato con riflessioni dello stesso autore nel corso della lectio magistralis.

Come è cambiato il mestiere di fotografo e quando è successo?

Basandomi sulla mia esperienza personale, la chiusura di Epoca ed Europeo hanno messo fine a qualcosa di importante. Queste due testate erano a un livello così alto, sia a livello fotografico che giornalistico, che costringevano la concorrenza a stare al passo, o quantomeno a provarci (cosa non facile, N.d.R.)  Riferendomi a Epoca per cui ho lavorato, I primi dieci direttori erano persone serie, preparate e rispettose, ma a partire dagli anni ’90 si è fatta avanti una generazione completamente diversa di direttori. Dopo 4 mesi noi fotografi ci guardammo in faccia dicendoci: “ma chi ci hanno mandato?” Questi non erano direttori ma politici, idem poi in Mondadori. Iniziò lì il decadimento della stampa, tanto che negli anni 90/94 molti colleghi (Berengo Gardin e Fontana, per citarne un paio) diedero le dimissioni. Lavorare era diventata una porcheria. Si scoprì poi che molti direttori si radunarono non ricordo bene dove ma a Milano, zona Via Montenapoleone, per discutere un nuovo modo di fare giornalismo e fotogiornalismo… per cambiare tutto.

Come si recupera il gusto nel linguaggio per immagini?

E’ difficile. Chi sceglie le foto da pubblicare oggi spesso non sa nulla.  Ricordo Enzo Biagi che,  prima di impaginare, mi chiamava: “Giorgio, scegli tu le dieci foto da pubblicare”. Ma è cambiato anche il modo di scattare. Oggi molti fotografi, ad esempio a Nuova Dehli, fotografano magari 4 o 5 poveri lungo la strada. I turisti fanno le stesse foto, ci sono migliaia di foto identiche e nessuna differenza.  Quindici anni fa il lavoro era già cambiato. Una volta si sceglieva un un soggetto, si passava molto tempo a ricercare tutte le informazioni possibili, ci si lavorava per 7 o 8 mesi. Serviva qualità. Oggi servirebbe cambiare sistema. Girare almeno per dieci giorni e poi lavorarci per tre o quattro, già molto meglio del fare foto a casaccio. Ma sono consapevole che i tempi sono cambiati. La fotografia poi deve avere un gusto internazionale, non locale. Ho maturato questa preziosissima lezione durante i miei studi alla Columbia University nel 1974, che mi ha cambiato la vita.

Qualche consiglio per chi ama fotografare?

Compito del fotografo è far vedere quello che la maggior parte della gente non sa oppure non può vedere. Con sensibilità, però. La macchina fotografica può essere di una violenza inaudita. Quando mi recai sul posto immediatamente dopo la tragedia del Vajont, mi trovai di fronte scene apocalittiche. Non potevo certo fotografare pezzi di cadavere. Ho aspettato che venissero coperti. Solo dopo ho iniziato a scattare. Non si può usare la macchina sempre e comunque. A chi intende intraprendere la carriera di  fotogiornalista consiglio molta preparazione: università, scuola giornalismo, conoscere perfettamente la lingua inglese, fare almeno 4 mesi in USA.

Cosa non funziona oggi nel mondo della fotografia?

Oggi siamo circondati da moltissime orribili belle foto. Ma è cambiato proprio il modo di lavorare e posso citare qualche esempio. Prendiamo gli uffici stampa, che non sanno fare gli uffici stampa. Vai per fare il reportage di un concerto e ti dicono che puoi scattare solo durante le prime due canzoni. Una follia. Ma anche per la politica: a Roma, quando un politico di spicco entra ed esce dai vari palazzi, trovi un nugolo di fotografi che scattano le stesse identiche foto, a raffica. Identiche, ogni giorno. Ma cosa te ne fai di tutte quelle migliaia di foto identiche? Io lavorerei in modo diverso: chiederei ad esempio al politico dove andrà a cena, se posso unirmi a lui, farci quattro chiacchiere, conoscere la persona. E poi scattare poche foto. Anche l’insegnamento oggi ha grosse lacune. Si parla di storia della fotografia, arrivano a Cartier-Bresson e poi basta… si passa alla post produzione. C’è una lacuna di 50 anni in mezzo! Serve studiare molto anche questa parte e in Italia abbiamo nomi eccellenti, famosi più all’estero che in patria. Fontana, Walter Bonatti, Berengo Gardin, Galligani, Mario de Biasi, e potrei continuare.

Cosa manca?

Prima di tutto il rispetto. Ho un’immagine ben chiara nella mente, per fare un esempio. Non farò il nome, ma mi trovavo da un poeta famoso, ormai novantenne. Scriveva e viveva in una stanza in cui non accendeva la luce, alla quale preferiva un vassoio con una decina di candele. Una bellissima atmosfera, insomma. Scriveva con una Pelikan, su una carta speciale molto probabilmente realizzata apposta per lui. Entrano due fotografi, illuminano la stanza con fari potentissimi, sembrava di stare a Cinecittà. Ma il peggio doveva ancora arrivare: gli chiesero di sdraiarsi sulla scrivania. Il rispetto, manca spesso il rispetto.

Chiudiamo questo nostro reportage con un altro insegnamento, non ultimo per importanza. Giorgio Lotti si è spesso sentito dire di essere bravo, ma a lui interessa poco se non nulla. Preferisce di gran lunga essere stato utile. Lo è stato il suo reportage da Venezia, fondamentale per ottenere il patrocinio UNESCO, ma anche per stimolare empatia verso le sofferenze umane e tutte quelle situazioni che conosciamo meglio anche grazie a lui. Insomma, Salutiamo un Giorgio Lotti – colosso della fotografia del ‘900 – con l’impressione di avere di fronte una persona che non ha mai perso, nemmeno per un attimo, la sua umiltà e il suo rispetto. L’uomo Giorgio Lotti, prima di tutto, il fotografo che conosciamo è quasi una conseguenza.

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